Se gli aiuti umanitari dell’ONU dipendono da Palantir
Il 30 agosto 2026 lo staff del World Food Programme (WFP), l’agenzia delle Nazioni Unite c 2026-11-4 10:16:41 Author: www.guerredirete.it(查看原文) 阅读量:5 收藏

Il 30 agosto 2026 lo staff del World Food Programme (WFP), l’agenzia delle Nazioni Unite che gestisce la più grande rete logistica umanitaria al mondo, ha ricevuto un messaggio dal management. Annunciava che l’accordo con Palantir era stato rinnovato per altri cinque anni. La firma, ha poi confermato il WFP, risaliva a fine luglio: un mese prima. Nessuna spiegazione per il ritardo della comunicazione.

Secondo il WFP, ambito e termini generali restano quelli del 2019, quando la partnership fu annunciata come una fornitura gratuita di software e servizi da parte di Palantir, per un valore stimato in 45 milioni di dollari nell’arco di cinque anni. Le condizioni del nuovo accordo, al momento, non sono state rese pubbliche. 

Nel messaggio interno, riportato da The New Humanitarian, la decisione viene presentata come l’esito di “approfondite revisioni interne” su privacy, sicurezza e governance dei dati. Gli aspetti etici, relativi alla collaborazione tra un programma umanitario dell’ONU e una società come Palantir, non vengono nemmeno nominati.

Eppure, le controversie etiche che circondano la società – fondata da Peter Thiel e guidata da Alex Karp – sono note e oggetto di dibattito pubblico ormai da anni. Il software di Palantir, azienda specializzata nell’analisi di big data e nello sviluppo di software per l’intelligenza artificiale, è per esempio usato dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) per le operazioni contro le persone migranti negli Stati Uniti. 

Nel 2025, il rapporto della Relatrice speciale ONU Francesca Albanese sui Territori palestinesi occupati ha indicato Palantir tra le aziende che hanno ampliato il proprio sostegno all’esercito israeliano dopo il 7 ottobre 2023. Quando il primo accordo fu firmato, l’offensiva su Gaza non era ancora cominciata. Oggi lo scenario è diverso e la domanda si è fatta più concreta: cosa significa, per chi lavora nella cooperazione e per chi riceve aiuti, che i dati della catena umanitaria passino per l’infrastruttura informatica di un fornitore militare?

L’audit che nessuno doveva leggere

Al centro della partnership c’è DOTS, un sistema costruito per il WFP e basata su Palantir Foundry (la piattaforma “civile” di Palantir) che integra i dati su forniture, flotte di veicoli, distribuzioni di cibo e trasferimenti di denaro. Su DOTS girano gli strumenti che WFP usa per comporre i panieri alimentari, pianificare gli spostamenti logistici, tracciare le merci in decine di Paesi. 

A giugno scorso, Tech for Bad – piattaforma sviluppata da professionisti del settore umanitario per denunciare gli utilizzi problematici della tecnologia – ha pubblicato un report sul rapporto tra Palantir e il WFP. Il documento si basa su fonti aperte: dai documenti delle Nazioni Unite disponibili online alle offerte di lavoro, dai profili LinkedIn ai documenti che riguardano le forniture degli enti governativi. Il risultato dell’analisi mette in evidenza una dipendenza crescente: personale del WFP che lavora a fianco degli ingegneri di Palantir e almeno due dipendenti passati dal WFP all’azienda digitale. A ciò si aggiunge una contraddizione: l’accordo viene presentato come gratuito, ma i registri ONU mostrano pagamenti a Palantir per milioni di dollari. Il WFP ha ricondotto questi pagamenti alle infrastrutture e ai servizi aggiuntivi necessari al funzionamento della piattaforma.

Ad agosto, PassBlue e France 24 hanno pubblicato i contenuti di un audit interno dell’Ufficio dell’Ispettore Generale del WFP, datato agosto 2025 e mai reso pubblico. Il documento classifica come “alta priorità” le carenze nella gestione del rischio e la mancanza di “linee guida e politiche adeguate” in materia di riservatezza dei dati nel rapporto del WFP con Palantir. 

Nel documento si legge che “le principali preoccupazioni sulla privacy sollevate da stakeholder interni ed esterni” non sono state affrontate in modo adeguato. E aggiunge che “al momento non esiste una strategia di uscita chiaramente definita per DOTS”: il WFP non sa quanto costerebbe chiudere il rapporto. Già nel 2020 l’ufficio legale del WFP aveva sollevato dei dubbi, ma (secondo quanto riportato da France 24 e PassBlue) lo stesso team è stato sciolto nel giugno 2025.

Il WFP sostiene di controllare “tutti i propri dati” e di non essere vincolato a un singolo fornitore, ma le informazioni pubblicate da Tech for Bad sembrano indicare che, nonostante la presenza di altri fornitori, Palantir abbia assunto un ruolo predominante nella gestione dei dati dell’agenzia.

Un punto di debolezza inaccettabile

La questione non riguarda solo il WFP. Il 3 giugno 2026 la commissione Scienza, innovazione e tecnologia della Camera dei Comuni britannica, presieduta dalla laburista Chi Onwurah, ha definito in un rapporto “un punto debole inaccettabile” la crescente presenza di Palantir nel settore pubblico. Non per la qualità del prodotto, precisano i deputati, ma per la dipendenza da pochi fornitori statunitensi, che rischia di compromettere la sovranità tecnologica del Regno Unito. Il rapporto cita il radicamento di Palantir nei contratti di sicurezza, immigrazione e difesa, oltre alle posizioni politiche di Thiel e Karp.

Nel mirino c’è soprattutto il contratto da 330 milioni di sterline per la Federated Data Platform del servizio sanitario nazionale. La commissione chiede di usare la clausola di recesso prevista per febbraio 2027 e di sostituire Palantir con una soluzione sviluppata internamente o con fornitori britannici. “La situazione attuale ci lascia seriamente esposti”, ha dichiarato Onwurah. 

Il parallelo con il WFP è evidente, ma c’è almeno una differenza sostanziale. Il servizio sanitario britannico ha una clausola di recesso e il Parlamento UK sembra essere sufficientemente attivo nell’attività di vigilanza su questo tipo di contratti. Nella risposta al rapporto, pubblicata il 22 ottobre, il governo britannico si è inoltre impegnato a elaborare una strategia per ridurre la dipendenza dai fornitori tecnologici, senza però chiarire se intenda esercitare la clausola di recesso dal contratto con Palantir.

Seicentomila famiglie palestinesi esposte

Torniamo al WFP: a maggio scorso un attacco informatico ha colpito la Self-Registration Application, l’app con cui l’agenzia ONU registra chi chiede assistenza nei Territori palestinesi. Sono stati esposti i dati di circa 600mila nuclei familiari: nomi, età, numeri di cellulare e localizzazione a livello di quartiere. La vicenda è arrivata anche al Bundestag, dove il partito Die Linke ha presentato un’interrogazione al governo tedesco, tra i principali finanziatori del WFP. 

I dettagli emergono dalla risposta del governo, trasmessa il 28 agosto dal ministero per la Cooperazione economica e lo sviluppo. Berlino dichiara di essere stata informata dell’attacco il 30 maggio e di non avere elementi che indichino una successiva diffusione dei dati. Sul ruolo di Palantir, il governo tedesco riporta le rassicurazioni ricevute dal WFP: l’app colpita non usa la tecnologia della società statunitense e sulle piattaforme dell’azienda non vengono trattate informazioni personali dei beneficiari. 

Nella stessa risposta, il governo tedesco ammette però, implicitamente, di avere solo una visione limitata dei sistemi dell’agenzia ONU e di non vincolare i propri finanziamenti a condizioni aggiuntive sulla protezione dei dati. Non sono cifre marginali: nel 2025 il WFP ha ricevuto dalla Germania quasi 45 milioni di euro per gli interventi nei Territori palestinesi.

Il punto non è dimostrare che Palantir sia responsabile della violazione. È che in un territorio sotto attacco militare un elenco di nomi, telefoni e quartieri può diventare una mappa, come ha mostrato il recente documentario Naza. Bisogna capire quindi non solo come proteggere quei dati, ma anche da chi li si stia proteggendo. 

La neutralità come misura di sicurezza

A luglio, intanto, il WFP ha ripreso la raccolta dati a Gaza, scrive The New Humanitarian, senza rispondere alle domande della stampa sull’attacco informatico. Ad agosto la People’s Coalition on Food Sovereignty, una rete internazionale per il diritto al cibo e alla sovranità alimentare, ha lanciato una petizione che chiede un’indagine indipendente e la sospensione della partnership tra il World Food Programme e Palantir.

Il report di Tech for Bad cita inoltre una revisione interna secondo cui DOTS riceve dati aggregati sulle distribuzioni, e ricorda il rischio di re-identificazione “a mosaico”: dati anonimi su luoghi, date e quantità che, incrociati con altre fonti, permettono di risalire a gruppi e persone. Il WFP sta inoltre lavorando per integrare nella piattaforma informazioni relative ai partner e alle organizzazioni locali con cui collabora. E in un conflitto sapere dove si trovano convogli, magazzini e squadre di distribuzione è un’informazione militare.

Per chi lavora sul campo la questione è ancora più diretta. La sicurezza degli operatori umanitari si regge in gran parte sulla percezione di neutralità: si attraversano checkpoint, si negoziano accessi, si entra nelle comunità perché non si è parte in causa. Un fornitore tecnologico che rivendica apertamente di lavorare per eserciti e intelligence incrina questa percezione, a prescindere da dove finiscano materialmente i dati. 

Il 30 giugno, al Forum del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale dedicato a intelligenza artificiale e governance dei dati, la ricercatrice e attivista Sabrina Masinjilla ha dichiarato a nome della società civile che il WFP “deve rivalutare se l’integrazione del software di un appaltatore militare […] all’interno del proprio ecosistema di dati ne comprometta la missione”. Allo stesso forum la Relatrice speciale ONU sul diritto al cibo, Sofía Monsalve Suárez, ha chiesto meccanismi di valutazione preventiva dell’impatto di queste tecnologie.

C’è poi la questione della scala. Con la riforma UN80 il WFP co-guida l’integrazione delle catene di fornitura di tutto il sistema ONU, e i documenti di gestione prevedono che gli strumenti costruiti su Palantir continuino a essere usati. Nessun documento pubblico conferma o esclude un’estensione ad altre agenzie.

A metà novembre il Consiglio esecutivo del WFP si riunirà a Roma. Palantir non è all’ordine del giorno, ma lo è la valutazione strategica della politica di partnership dell’agenzia. E formalmente, quella con Palantir è una partnership. Basterebbe che un solo Stato membro facesse la domanda che l’audit interno ha lasciato aperta: come se ne esce? Non è detto che qualcuno la faccia.


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