L’impiego massiccio e sempre più imprevedibile dei droni negli attacchi militari rappresenta ormai un tema centrale per le analisi d’intelligence occidentali, ben oltre la semplice cronaca quotidiana.
L’episodio recente più emblematico riguarda l’aereo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sfiorato da un drone proprio al momento del decollo dalla Moldavia, mentre era in rotta verso Oslo per presenziare ai funerali di Stato di re Harald V di Norvegia.
A rivelare l’allarme è stato il premier norvegese Jonas Gahr Støre, evidenziando come le incursioni di droni russi nello spazio aereo moldavo e rumeno rappresentino ormai una minaccia diretta e gravissima anche per i massimi vertici istituzionali.
Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, la città russa di Saratov è stata colpita da velivoli senza pilota, provocando danni a strutture civili e alcune vittime, come confermato dal governatore regionale Roman Busargin.
Pochi momenti prima, un raid analogo si era scagliato su Zaporizhzhia, in Ucraina, danneggiando complessi residenziali.
Non si tratta di fatti isolati secondo le analisi del think tank statunitense Carnegie Endowment for International Peace, le azioni dei droni russi – assieme ad attacchi informatici ai servizi pubblici, sabotaggi a reti strategiche e azioni mirate attribuite a servizi del Cremlino – faranno parte del panorama di sicurezza europeo ancora a lungo.
Solo prendendone atto, le società europee potranno sviluppare la tenuta psicologica necessaria a contrastare la pressione cognitiva esercitata da
Mosca attraverso queste operazioni.
Il caso di maggiore risonanza si è verificato lo scorso 4 agosto, quando un drone quadricottero armato con esplosivo plastico è riuscito ad eludere i sistemi di difesa aerea dell’aeroporto tedesco di Lipsia-Halle – fondamentale snodo logistico NATO – arrivando a colpire un cargo ucraino, fortunatamente senza esplodere.
Come riportato da Al Jazeera, l’intelligence statunitense ha ricondotto il velivolo a matrici russe e l’esplosivo a forniture militari.
Contestualmente, il Wall Street Journal ha evidenziato come l’operazione mirasse a saggiare la capacità di risposta della difesa collettiva dell’Alleanza. Questo approccio di aggressione ibrida adotta la dinamica della “rana bollita”, come osservato da diversi analisti su Euronews: un’azione graduale intesa a rendere abituale il disordine, valutare i punti deboli della NATO e spostare progressivamente l’asticella della tolleranza.
Per cogliere appieno le dimensioni di questa trasformazione è necessario focalizzarsi sulle dinamiche del campo di battaglia.
Un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington evidenzia come l’integrazione dell’intelligenza artificiale sui droni ucraini ne potenzi funzioni cruciali quali l’analisi video, l’individuazione del bersaglio, il tracciamento e la navigazione autonoma nelle fasi conclusive dell’attacco, pur senza raggiungere una completa autonomia nell’intero processo di ricerca e ingaggio.
Parallelamente, un recente studio dello stesso CSIS rileva come la Russia stia sviluppando droni della serie “V2U” (vision-to-you), equipaggiati con elaboratori di bordo in grado di svolgere attività di analisi ambientale e decisione automatizzata tramite IA, in totale assenza di collegamento radio con operatori umani.
L’esame tecnico condotto dalle forze ucraine sui velivoli catturati documenta così un netto passaggio verso sistemi d’arma pienamente autonomi. La questione fondamentale per chi si occupa di sicurezza va tuttavia oltre lo scenario ucraino.
L’International Institute for Strategic Studies (IISS) di Londra ha registrato ben 144 avvistamenti sospetti di droni nei territori dei Paesi NATO tra il 2024 e il 2026, ipotizzando con un elevato margine di certezza che la Russia impieghi la propria “flotta ombra” di mercantili da identificazione incerta quali basi mobili di lancio.
L’IISS descrive la campagna condotta da Mosca come un evidenziatore delle vulnerabilità europee, mostrando quanto le difese aeree di Paesi come Germania, Francia e Danimarca soffrano di criticità strutturali capacità di rilevamento disorganiche, quadrimetri normativi frammentati tra gli Stati membri, opzioni di risposta talvolta sproporzionate e tempi di attribuzione troppo lunghi per garantire un’azione deterrente immediata.
Il punto di svolta politico si è verificato il 9 settembre 2025, a seguito del sorvolo di diversi droni nello spazio aereo polacco che ha costretto alla sospensione dei voli negli scali di Varsavia, Rzeszów, Lublino e Modlin. Varsavia ha quindi deciso di ricorrere all’Articolo 4 del Trattato NATO per chiedere consultazioni urgenti di sicurezza.
A breve distanza, anche l’Estonia ha attivato la medesima procedura dopo l’incursione di tre caccia russi MiG-31 nel proprio spazio aereo.
Un report del think tank britannico Bloomsbury Intelligence and Security Institute (BISI) definisce queste incursioni come un’azione statale coordinata, tesa sia alla raccolta di informazioni sia al saggio della resilienza delle infrastrutture critiche del continente.
Oltre all’impatto operativo diretto, tali eventi generano spese straordinarie nell’ambito della difesa per miliardi di euro e forti tensioni sul piano diplomatico legate alle difficoltà di attribuzione certa dell’attacco.
In merito a questi fatti, la premier danese Mette Frederiksen ha descritto uno degli episodi come la più grave minaccia mai diretta contro le infrastrutture strategiche del proprio Paese.
La dimensione bellica ha ormai superato la classica linea del fronte geografico, proiettandosi direttamente nei cieli di nazioni non coinvolte direttamente nel conflitto.
Nell’ottica della sicurezza globale, le minacce rappresentate dai droni possono essere articolate in diverse direttrici principali, rilevanti sia per le istituzioni pubbliche sia per le imprese private chiamate a proteggere asset e infrastrutture critiche:
Parallelamente ai rischi di natura geopolitica e istituzionale, si manifesta un’ampia gamma di criticità che toccano direttamente la sfera privata e quotidiana:
L’integrazione dell’intelligenza artificiale sta ridisegnando sia le modalità d’attacco sia le strategie di difesa, trasformando la natura stessa della minaccia.
Sul fronte offensivo:
Sul fronte difensivo:
In questo contesto si inserisce tuttavia un rilevante nodo normativo l’AI Act europeo esclude espressamente dal proprio campo di applicazione le tecnologie destinate a scopi esclusivamente militari o di sicurezza nazionale. Di conseguenza, un’ampia porzione dei sistemi d’arma autonomi e delle relative contromisure si sviluppa al di fuori dei vincoli di trasparenza e tracciabilità previsti per l’ambito civile.
Questa asimmetria risulta sempre più problematica nel momento in cui le medesime tecnologie dual-use vengono adottate anche in ambito aziendale o di pubblica sicurezza.
In attesa del pieno consolidamento del quadro normativo europeo, le aziende, gli enti pubblici e i gestori di asset strategici possono mettere in atto precise misure di tutela:
La questione è divenuta prioritaria anche nei lavori delle istituzioni europee. Nel febbraio scorso, la Commissione europea ha presentato l’Action Plan on Drone and Counter-Drone Security, piano che mobilita 400 milioni di euro – di cui 150 dedicati alla sorveglianza con Frontex e 250 destinati agli apparati anti-drone degli Stati membri – affiancati dai finanziamenti dell’European Defence Fund e dai fondi dedicati alle startup del settore.
Il piano prevede inoltre la nascita entro il 2027 di un Centro europeo di eccellenza anti-drone focalizzato su test, certificazioni e sviluppo tecnologico.
Sul piano regolatorio, le innovazioni principali interessano i droni di peso inferiore ai 250 grammi, attualmente esenti da specifici obblighi di registrazione.
L’EASA sta definendo una proposta per abbassare la soglia di registrazione a 100 grammi e introdurre il marchio “EU Trusted Drone”, volto a certificare gli standard di cyber security e la trasparenza della catena di fornitura delle apparecchiature.
L’adozione definitiva di tali misure è prevista entro la fine del 2026, con entrata in vigore nel corso del 2027 tramite procedura di comitatologia.
Permangono, tuttavia, alcuni vuoti operativi riconosciuti dalla stessa Commissione in diversi Stati membri gli operatori civili non dispongono ancora delle garanzie legali per abbattere o neutralizzare autonomamente vettori ostili.
Risulta inoltre in fase di perfezionamento l’integrazione tra le iniziative civili, i sistemi NATO e il progetto “Drone Wall” dedicato alla protezione dei confini orientali.
Anche il Parlamento europeo ha riaffermato la gravità delle incursioni attribuite alla Russia, sollecitando l’adozione di misure concrete di difesa e reazione.
Per una corretta mappatura degli strumenti giuridici di riferimento, si evidenziano le norme fondamentali che regolano il settore:
Per i professionisti impegnati nella tutela degli asset fisici e digitali, la lezione principale riguarda l’estensione del perimetro di sicurezza.
La gestione dei droni non costituisce più un tema ristretto ad ambiti militari o infrastrutture ad alto rischio, ma rappresenta un fattore da integrare ordinariamente nella valutazione delle minacce aziendali.
L’evoluzione delle normative europee imporrà adempimenti crescenti in materia di tracciabilità, cyber security e gestione dei rischi avviare per tempo l’adeguamento tecnologico e organizzativo consentirà alle strutture di garantire la continuità operativa e prevenire criticità future.