Mag 28, 2026 Approfondimenti, In evidenza, News, RSS, Scenario, Scenario
A leggere il nuovo “2026 Cloud Security Report” realizzato da Check Point insieme a Cybersecurity Insiders, sembra proprio che l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle aziende stia crescendo più rapidamente della capacità delle organizzazioni di proteggerla.
Il report, basato sulle risposte di 1.042 professionisti IT e cybersecurity provenienti da organizzazioni di tutto il mondo, mostra un quadro chiaro, preoccupante, ma anche atteso dal momento che ogni grande innovazione che porta “urgenza” tende a far prevalere la necessità di implementazione su quella della sicurezza “by design”. Così l’AI è già entrata nei processi produttivi, ma le architetture di sicurezza non sono state progettate per gestire traffico AI-driven, agenti autonomi e modelli generativi operativi su larga scala.

L’AI è già in produzione, ma la sicurezza è rimasta indietro
Il dato forse più importante dell’intero report riguarda la velocità dell’adozione. Il 70% delle organizzazioni dichiara infatti di avere già workload GenAI in produzione, mentre il 64% ha implementato agenti AI in ambienti pilota o direttamente in sistemi live. Ancora più significativo è il fatto che il 12% delle aziende abbia già concesso agli agenti AI accessi privilegiati a sistemi core aziendali.
Purtroppo, come dicevamo, sembra che le infrastrutture di difesa non stiano tenendo il passo. L’83% delle organizzazioni ritiene infatti che proteggere sistemi GenAI sia più difficile rispetto alle applicazioni tradizionali. La difficoltà nasce dal fatto che le architetture di sicurezza storiche erano state progettate per utenti umani, SaaS relativamente prevedibili e flussi applicativi stabili, non per agenti autonomi, API dinamiche e traffico AI machine-to-machine.
Il 78% delle aziende ha già visto incidenti AI-related o teme di averli subiti
Il 54% delle organizzazioni conferma di avere già subito almeno un incidente di sicurezza collegato all’AI, mentre un ulteriore 24% sospetta incidenti ma ammette di non avere sufficiente telemetria per verificarli. Complessivamente, il 78% delle aziende ha già registrato o teme di avere registrato impatti legati all’intelligenza artificiale.
Fra gli incidenti più frequenti emergono l’utilizzo non autorizzato di strumenti AI (“shadow AI”), segnalato dal 41% delle organizzazioni, l’impiego di contenuti generati dall’AI in attacchi phishing o deepfake, indicato dal 37%, e la perdita di dati sensibili attraverso servizi AI, fenomeno che riguarda il 32% delle aziende intervistate.
Secondo il report, uno dei problemi principali è che il traffico AI assomiglia spesso a traffico legittimo. Chiamate API verso LLM, richieste outbound e comunicazioni agent-to-agent possono facilmente mimetizzarsi nel traffico normale se i sistemi di ispezione non sono progettati specificamente per interpretare il contesto AI.
Il gap più grave: strategia e architettura non coincidono
Uno degli elementi più impressionanti dello studio è il cosiddetto “AI readiness gap”. Il 77% delle organizzazioni afferma di avere modificato la propria strategia di sicurezza in risposta all’AI, ma solo il 26% ritiene che la propria architettura sia effettivamente pronta a supportare workload AI senza importanti redesign infrastrutturali. Il risultato è un divario di 51 punti percentuali tra strategia e capacità reale di enforcement. In pratica, le aziende stanno aggiornando policy, governance e budget, ma i controlli non riescono ancora a propagarsi in modo coerente tra cloud, SaaS, data center, endpoint e workload AI.
Secondo Check Point, questo scenario sta creando policy frammentate, punti ciechi e perdita di controllo sui flussi AI distribuiti nell’ambiente ibrido enterprise.
Le aziende non vedono davvero l’AI che usano
La mancanza di visibilità è un altro tema centrale. Solo il 5% delle organizzazioni dichiara di avere piena visibilità sugli strumenti AI utilizzati dai dipendenti. Questo significa che il restante 95% prende decisioni di governance senza sapere davvero quali modelli, servizi, agenti o workflow AI siano attivi nell’organizzazione. Ancora più preoccupante è il fatto che solo il 5% affermi di riuscire a distinguere in modo affidabile attività AI legittime da utilizzi sospetti o non autorizzati. Gli strumenti tradizionali di discovery, sottolinea il report, erano stati progettati per individuare SaaS catalogati e applicazioni note, non chiamate API verso LLM, notebook AI o agenti che utilizzano account di servizio già esistenti.
Il traffico AI sta mettendo in crisi le infrastrutture di rete
L’intelligenza artificiale sta modificando rapidamente i pattern di traffico nelle reti enterprise. Il 51% delle aziende segnala un aumento del traffico API-driven, il 48% vede crescere il traffico verso servizi AI esterni, il 42% registra nuovi flussi user-to-AI e il 26% rileva un incremento del traffico east-west interno ai data center. Le architetture esistenti faticano a reggere il cambiamento. Solo il 24% dichiara di riuscire a ispezionare completamente il traffico AI senza penalizzare le performance, mentre il 76% ammette gap di ispezione o compromessi prestazionali.
Parallelamente, il 67% delle organizzazioni denuncia policy frammentate nei propri ambienti ibridi e il 64% afferma che la propria architettura necessita di redesign moderati o significativi per supportare l’AI.
I data center tornano centrali per l’AI
Un altro dato interessante riguarda il ritorno dell’on-premises. Il 29% delle organizzazioni sta già spostando workload AI verso data center privati o infrastrutture interne, mentre un ulteriore 49% sta pianificando o valutando questa possibilità. La ragione è legata a esigenze di sovranità del dato, prestazioni e controllo operativo. Il 76% delle aziende considera la sicurezza del perimetro del data center critica o mission-critical per workload AI, ma solo il 35% ritiene di essere realmente preparato a proteggerli.
Secondo il report, i data center AI stanno diventando ambienti molto diversi rispetto all’infrastruttura enterprise tradizionale, con traffico east-west elevatissimo, forte dipendenza da API e connessioni continue tra orchestrazione, storage, inferenza e servizi downstream.
La governance dell’accesso AI è completamente frammentata
Le aziende non hanno ancora trovato un modello dominante per gestire l’accesso dei dipendenti agli strumenti AI. Il 24% non applica alcun controllo specifico, il 22% si affida principalmente agli endpoint agent, il 19% utilizza regole diverse a seconda che l’utente sia on-network o off-network e un altro 19% blocca completamente gli strumenti AI esterni. Solo il 16% applica policy coerenti indipendentemente dalla posizione dell’utente.
Questo significa che lo stesso dipendente può avere livelli di protezione completamente differenti a seconda del browser, della rete o del dispositivo utilizzato.
Endpoint, SaaS e browser restano pieni di buchi e i WAF sono in crisi
Il report evidenzia forti limiti nella capacità di controllare il traffico AI SaaS. Solo il 13% delle organizzazioni riesce a ispezionare completamente e applicare policy efficaci verso servizi come ChatGPT, Gemini o Copilot. Sul fronte endpoint la situazione è persino peggiore: appena l’11% dichiara di avere piena visibilità e controllo sugli strumenti AI browser-based o installati sui dispositivi gestiti. Inoltre, il 39% afferma che i propri strumenti endpoint non coprono le applicazioni AI, mentre solo il 12% dispone di rilevamento real-time dello shadow AI sui dispositivi corporate.
Inoltre, l’intelligenza artificiale sta mettendo in crisi anche i sistemi WAF e WAAP. Solo il 22% delle aziende ritiene che i propri strumenti siano efficaci contro attacchi GenAI-specific come prompt injection o jailbreak. Il 71% segnala invece un aumento dei falsi positivi dopo l’adozione dell’AI. Secondo lo studio, i WAF tradizionali erano stati progettati per traffico web umano e pattern prevedibili, mentre i modelli generativi introducono prompt lunghi, streaming di risposte, API model-driven e interazioni service-to-service che sfuggono alle logiche storiche di inspection.
Runtime protection e testing sono ancora quasi assenti
Uno dei punti più delicati riguarda i controlli runtime sugli LLM. Solo il 17% delle organizzazioni ha distribuito in modo esteso controlli runtime come input validation, output filtering o autorizzazioni sull’utilizzo di tool da parte degli agenti AI.
Parallelamente, il 56% non possiede un processo strutturato di security testing per applicazioni GenAI oppure effettua test solo in modo occasionale. In pratica, moltissime applicazioni AI arrivano in produzione senza test sistematici contro prompt injection, adversarial input o abusi runtime.
L’AI sta creando una nuova crisi di identità e accessi, così come nella protezione dei dati
Il tema delle identità non umane emerge come uno dei principali problemi futuri. Il 48% delle organizzazioni identifica la gestione delle non-human identities come la sfida numero uno legata all’AI. Gli agenti AI utilizzano account di servizio, API key e credenziali delegate che spesso non rientrano nei tradizionali modelli IAM human-centric. Il problema è aggravato dal fatto che il 46% delle aziende non possiede alcun processo strutturato di assessment per vendor AI e solo il 7% effettua scansioni dei modelli AI prima del deployment per verificare vulnerabilità o codice malevolo.
La protezione dei dati emerge come uno dei punti più critici dell’intera ricerca. Il 25% delle aziende permette già oggi l’inserimento di codice sorgente in strumenti AI esterni, esponendo IP, configurazioni e logiche proprietarie a piattaforme con limitato controllo sull’esfiltrazione. Il 44% non riesce a tracciare il percorso dei dati sensibili una volta entrati nei workflow AI e solo il 15% dispone di sistemi DLP specificamente progettati per i flussi AI.
Secondo il report, molte aziende stanno consentendo l’ingresso di informazioni critiche nei sistemi AI senza avere lineage tracking, enforcement inline o visibilità sui movimenti downstream dei dati.
Le aziende rilevano gli attacchi AI, ma non riescono a bloccarli
Il report evidenzia una situazione particolarmente grave sul fronte prevention. Solo il 13% delle organizzazioni riesce a bloccare in tempo reale prompt malevoli o jailbreak prima che raggiungano il modello. Sul fronte della protezione dei dati, appena il 16% riesce a impedire che dati sensibili vengano inviati verso servizi AI. Ancora peggiore la situazione sugli output: soltanto il 5% è in grado di bloccare contenuti AI-generated pericolosi prima che raggiungano utenti o sistemi downstream.
Per Check Point, questo dimostra che molte organizzazioni possiedono sistemi di detection, ma non veri meccanismi di prevenzione inline capaci di operare “a velocità di inferenza”.
I dipendenti aggirano regolarmente i controlli AI
La ricerca evidenzia anche un problema organizzativo molto concreto. Il 42% delle aziende ammette che i dipendenti bypassano i controlli di sicurezza AI quando questi rallentano il lavoro.
In pratica, utenti e team trovano scorciatoie più rapide utilizzando account personali, strumenti browser-based non autorizzati o workflow esterni ai controlli aziendali. Questo fenomeno trasforma la governance AI in un problema operativo e culturale oltre che tecnologico.
Governance AI: responsabilità diffuse e poca enforcement
La governance emerge come uno degli aspetti più immaturi. Il 44% attribuisce la responsabilità AI al CISO, il 40% a comitati cross-funzionali e il 36% al CIO o all’IT leadership. Solo il 14% possiede un responsabile AI security dedicato.
Ancora più significativo è il fatto che il 45% abbia policy AI documentate, ma appena il 14% le faccia rispettare e auditare realmente.
Nel frattempo cresce la pressione normativa legata a framework come AI Act europeo e NIST AI RMF: soltanto il 7% si considera pienamente preparato.
Il mercato si sta muovendo verso piattaforme unificate
Nonostante le difficoltà, il report evidenzia una direzione molto chiara del mercato. Il 75% delle organizzazioni ha modificato la propria strategia architetturale a causa dell’AI e il 52% sta aumentando il budget dedicato alla sicurezza AI.
L’86% considera fondamentale una gestione unificata della sicurezza tra data center, cloud ed edge, mentre il 37% sta già consolidando strumenti e piattaforme verso modelli più centralizzati.
Secondo Check Point, il futuro della sicurezza AI passerà sempre più attraverso architetture “Hybrid Mesh Network Security”, capaci di distribuire policy coerenti, ispezione inline e controlli runtime attraverso ambienti cloud, endpoint, SaaS e data center.