
Analizzare un’intervista politica svestendo i panni del tifoso e indossando quelli del tecnico: come la Presidente del Consiglio ha utilizzato falsi dilemmi, ancoraggi cognitivi e reframing istantanei nel salotto di Fedez e Marra, in una vera e propria lezione pratica di Narrative Governance.
Un esercizio chirurgico, un’analisi che vi chiedo di affrontare lasciando fuori dalla porta le vostre simpatie o antipatie politiche. Prendiamo l’intervista di Giorgia Meloni al “Pulp Podcast” di Fedez e Mr. Marra e la guardiamo esclusivamente con le lenti della Narrative Governance.
Per chi non fosse avvezzo al termine, la Narrative Governance non è semplice “spin doctoring” o banale propaganda. È l’architettura consapevole dei frame cognitivi che determinano come le persone interpretano la realtà. Integra la gestione delle crisi, le scienze comportamentali e la polarizzazione strategica per orientare l’opinione pubblica senza coercizione. Guardando questi 55 minuti di intervista, non ci interessa affatto chi abbia ragione nel merito. Ci interessa studiare come vengono costruite le cornici narrative, quali bias vengono attivati e quanto chi fa le domande riesca a tenere il campo. E vi anticipo una cosa: siamo davanti a un caso di studio da manuale.
Il peccato originale: la deferenza come frame
In ogni interazione umana, ma soprattutto in politica, chi parla per primo definisce le regole del gioco. In Narrative Governance, il “setup” è tutto, perché stabilisce la gerarchia di potere. L’apertura di Fedez è emblematica: ripete più volte parole come “traguardo importantissimo”, “grandissima opportunità”, definendo la presenza della Presidente del Consiglio come un onore concesso.
Questo è l’errore strategico più grave dell’intera puntata. Il sociologo Erving Goffman, nel suo capolavoro La vita quotidiana come rappresentazione, ci spiega che la “definizione della situazione” iniziale vincola tutti i partecipanti per il resto dell’interazione. Se il tuo frame di partenza è la deferenza, distruggi in partenza qualsiasi possibilità di un contraddittorio incalzante. Meloni entra sapendo di essere in un territorio amico: non dovrà mai difendersi, dovrà solo esporre.
L’architettura del falso dilemma (Il blocco Iran)
Nei primi venti minuti, dedicati alla politica estera, assistiamo a un uso chirurgico del falso dilemma e del frame blocking. Meloni apre descrivendo uno scenario globale in cui bisogna scegliere tra opzioni “tutte poco rassicuranti”. È una mossa brillante: disarma preventivamente chi propone soluzioni semplici, facendo passare implicitamente i critici per ingenui che non comprendono la complessità del reale. Gli scienziati politici Dennis Chong e James N. Druckman definiscono questa tecnica frame blocking: non costruisco solo la mia cornice, ma rendo irrilevante la tua prima ancora che tu possa articolarla.
Il capolavoro si compie quando si parla dell’Iran. Meloni chiede: “È più pericolosa una guerra oggi per impedire all’Iran di avere una bomba nucleare o è più pericoloso che il regime degli ayatollah possa attaccare con una bomba nucleare?”. Questo è un falso dilemma classico, retoricamente devastante. Riduce l’infinita complessità geopolitica (sanzioni, diplomazia, pressioni ONU) a una scelta binaria tra due scenari apocalittici. Il nostro Sistema 1 (il pensiero veloce e intuitivo descritto da Daniel Kahneman) non ha gli strumenti per uscire da questo binario emotivo.
Gli Host provano a intervenire con un istinto genuino: “Io sarei più per prendere posizione anche nei confronti degli Stati Uniti”. E qui Meloni opera uno shift fulmineo. Ripete per tre volte la parola “Contro?”, trasformando una posizione sfumata di negoziazione in una dichiarazione di ostilità aperta. È un caso emblematico di ciò che Umberto Eco chiamava lo scontro tra Intentio Auctoris (cosa voleva dire Fedez) e Intentio Lectoris (come il pubblico è costretto a interpretarlo). Meloni prende letteralmente il controllo del significato delle parole del suo interlocutore.
Il capolavoro persuasivo: la trappola del Referendum sulla Giustizia
È nel secondo blocco, quello sulla separazione delle carriere dei magistrati, che la Presidente del Consiglio sale in cattedra. La mossa più sofisticata è quella che io chiamo il “frame-trap”. Rivolgendosi al pubblico avversario, dice: “Se tu detesti la Meloni, ma sei d’accordo con i contenuti di quel referendum, secondo me dovresti votare sì adesso e fra un anno cercare di cacciare la Meloni”.
Fermiamoci un secondo, perché qui c’è tantissima scienza comportamentale. Invece di negare l’ostilità del pubblico, la accoglie (“se tu detesti la Meloni”), disinnescando così il cosiddetto backfire effect, ovvero la tendenza a irrigidirsi sulle proprie posizioni quando si viene contraddetti. Subito dopo, separa la riforma dalla sua persona e offre un percorso razionale al nemico. Richard Thaler e Cass Sunstein nel loro saggio Nudge lo chiamerebbero “riduzione dell’attrito”, mentre Robert Cialdini ci vedrebbe l’attivazione del principio di coerenza: se riconosci che la riforma è giusta, devi votarla, a prescindere da chi la propone.
A questo punto, per chiudere la partita, usa la narrazione emotiva. Passa dai dati statistici (che fungono da ancoraggio cognitivo) alla storia di un bambino che aspetta da quando ha 3 a quando ha 7 anni l’esito di una sentenza che deciderà la sua vita. È l’applicazione perfetta dell’Identifiable Victim Effect studiato da Deborah Small e George Loewenstein: le statistiche informano, ma sono le storie umane che fanno decidere il nostro cervello emotivo.
E se qualcuno osasse accusarla di essere contro la magistratura? Meloni applica la tecnica dello Stealing the Thunder (rubare la scena): anticipa l’accusa ancorandosi alla figura di Paolo Borsellino. Dicendo “Ho cominciato a fare politica quando hanno ammazzato Borsellino”, blinda la sua etica e rende quasi impossibile attaccarla su quel fronte senza sembrare irrispettosi verso un eroe nazionale.
Fedez, Marra e il cortocircuito del format
Sarebbe ingiusto valutare Fedez e Marra con il metro dei giornalisti parlamentari. Hanno un merito enorme: hanno creato uno spazio di dibattito politico per un pubblico che la televisione generalista l’ha abbandonata da un pezzo.
E in alcune occasioni hanno degli spunti brillanti. Quando Meloni insiste sul peso unico delle responsabilità di governo, Marra ha il coraggio inaudito di aprire un meta-livello sulla comunicazione, dicendo in faccia alla Presidente che la campagna referendaria è “comunicazione oscena” e “manipolazione” da entrambe le parti.
Il vero limite non è nelle loro capacità, ma nel format stesso del podcast. Quando Meloni sposta il frame o lancia un numero non contestualizzato, la conversazione scorre. Manca il follow-up, manca la domanda di ritorno che trasformi un’ottima vetrina in un vero spazio di accountability. Un fact-checking in tempo reale o la preparazione strategica di obiezioni di scorta farebbe fare al format un salto di qualità definitivo.
Cosa portarci a casa
Alla fine di questo viaggio nei meccanismi della mente e della persuasione, cosa impariamo per il nostro lavoro e per la nostra consapevolezza di cittadini?
- Chi definisce la cornice, vince la partita. Il setup iniziale di deferenza ha compromesso l’equilibrio dell’intervista ancor prima della prima domanda. Se non controllate la premessa, non controllerete mai la conclusione.
- I falsi dilemmi sono armi di distrazione di massa. Il nostro cervello odia la complessità. Mettere l’interlocutore di fronte a un bivio drammatico (Guerra o Bomba Nucleare) spegne il pensiero critico e rende invisibili le alternative reali.
- Accogliere l’ostilità è meglio che combatterla. La mossa di separare il giudizio sulla persona da quello sul merito (“odiami, ma vota la riforma”) è una tecnica di nudging avanzata che disarma l’avversario fornendogli una via d’uscita coerente.
- I fatti veri costruiscono la propaganda migliore. Questo è il confine sottile e insidioso: raramente la manipolazione più efficace usa menzogne. Usa fatti veri, verificabili, selezionati strategicamente per portarvi inesorabilmente a una conclusione non logica.
Studiare la Narrative Governance non serve per emettere giudizi morali sui politici, ma per sviluppare i nostri anticorpi cognitivi. Perché se capite come viene costruita la scatola, diventa molto più difficile chiudervici dentro.
Estote parati.
(Contenuto originale per la Newsletter)
Se non sei iscritto puoi farlo qui: