La gestione dell’accesso privilegiato (Privileged Access Management, o PAM) rappresenta un pilastro fondamentale della sicurezza informatica attuale, in quanto gli account privilegiati sono il vettore d’attacco più bersagliato e, in caso di violazione della sicurezza, quello che può causare i danni maggiori.
Come evidenziato dal Verizon Data Breach Investigations Report, l’80% delle violazioni dei dati coinvolge credenziali privilegiate compromesse o utilizzate impropriamente.
La gestione di tali accessi è diventata sempre più critica a causa della complessità e dell’ubiquità degli ambienti IT distribuiti e cloud-native, caratterizzati da una proliferazione di identità non umane (come account di servizio, API e agenti di intelligenza artificiale), che rendono rapidamente obsoleti gli approcci tradizionali alla gestione delle identità e degli accessi (PAM).
L’adozione di un approccio Privileged Access Management moderno e adattivo non è più un’opzione, ma un imperativo strategico per garantire la sicurezza, la governance e l’innovazione digitale.
Ecco i rischi specifici degli ambienti cloud-first e perché è necessario un framework di soluzioni basato su best practice moderne, quali i modelli di accesso Just-in-Time (JIT) e Just-Enough Access (JEA).
La gestione degli accessi privilegiati è passata da una problematica puramente tecnica a un argomento di sicurezza fondamentale per il successo dell’azienda. Gli utenti, sia con privilegi standard che elevati, svolgono attività che attraversano applicazioni, piattaforme, componenti infrastrutturali, sistemi finanziari, risorse umane e persino piattaforme di social media.
Un uso improprio delle credenziali con privilegi elevati può avere un impatto
devastante sull’organizzazione.
È quindi essenziale comprendere e mitigare questi rischi in modo efficace. Nel contesto moderno, le “attività privilegiate” non sono più confinate ai soli sistemi IT tradizionali.
Per esempio, un ingegnere potrebbe esporre involontariamente dati sensibili
modificando le impostazioni di un bucket, mentre un addetto alle risorse umane potrebbe divulgare informazioni riservate sui dipendenti.
Questi scenari non sono teorici. La gravità dei rischi è dimostrata da incidenti storici concreti: nella violazione di Capital One del 2019, un aggressore ha sfruttato un web application firewall configurato in modo errato per accedere a un server con ampie autorizzazioni e ha esposto i dati personali di oltre 100 milioni di clienti.
L’attacco a SolarWinds del 2020 ha ulteriormente evidenziato le conseguenze devastanti dell’abuso degli accessi privilegiati: gli aggressori hanno compromesso la catena di approvvigionamento del software per ottenere un accesso privilegiato a migliaia di sistemi dei clienti.
In passato, il Privileged Access Management si concentrava sulla protezione dell’accesso all’infrastruttura IT on-premises (server Windows, sistemi Unix e dispositivi di rete), utilizzata principalmente dagli amministratori di sistema e dal personale tecnico.
Oggi, in un panorama cloud-first e SaaS, la portata del Privileged Access Management moderno si è notevolmente ampliata e deve coprire un ecosistema molto più complesso, come illustrato di seguito:
Asset Protetti:
Identità a cui viene Concesso l’Accesso:
Il principio fondamentale del Privileged Access Management moderno è quello del minimo privilegio, che impone di concedere a utenti e sistemi solo l’accesso minimo necessario per svolgere le proprie funzioni e per il tempo strettamente indispensabile.
Questo obiettivo viene raggiunto mediante meccanismi avanzati quali l’accesso Just-in-Time e il controllo degli accessi basato su policy (Policy-Based Access Control, o PBAC).
L’applicazione di questo principio fondamentale è oggi resa più complessa e urgente da una serie di nuovi fattori che stanno accelerando l’evoluzione delle strategie PAM.
Benché il Privileged Access Management sia una disciplina consolidata, una serie di fattori tecnologici, normativi e operativi ne sta ridefinendo radicalmente il perimetro strategico e l’urgenza di implementazione.
Il mercato globale del PAM è destinato a crescere dai 2,9 miliardi di dollari del 2023 ai 7,7 miliardi del 2028, a indicare una crescente consapevolezza della sua importanza strategica.
Ecco i principali fattori di questa trasformazione:
Il Privileged Access Management è una componente fondamentale delle strategie Zero Trust, in quanto impone il principio del minimo privilegio, il monitoraggio continuo e controlli adattivi basati sul contesto.
I segnali provenienti dal PAM, come un’escalation anomala dei privilegi, possono alimentare un punteggio di rischio identitario in linea con il modello CARTA (Continuous Adaptive Risk and Trust Assessment) di Gartner, che consente di prendere decisioni dinamiche e basate sul rischio in merito all’accesso.
La migrazione verso il cloud richiede soluzioni di Privileged Access Management moderne in grado di gestire carichi di lavoro temporanei e di integrarsi con i modelli IAM nativi del cloud.
L’utilizzo di soluzioni PAM separate per ambienti cloud e on-premises introduce significative sfide operative e di integrazione, che portano a controlli disomogenei e a potenziali lacune nella copertura della sicurezza.
Lle compagnie di assicurazione cyber richiedono sempre più spesso l’implementazione di robusti controlli PAM come condizione preliminare per la copertura assicurativa.
Importanti compagnie assicurative come AIG e Lloyd’s hanno inasprito i propri standard, rendendo il PAM un requisito fondamentale per la gestione del rischio.
La diffusione del lavoro ibrido ha ampliato la base degli utenti privilegiati, includendo fornitori di terze parti, consulenti e dipendenti distribuiti.
Ciò rende necessario un Privileged Access Management scalabile che garantisca un accesso sicuro e controllato senza ostacolare la produttività.
La crescita esponenziale delle identità non umane, come i service account, le API, i bot e gli agenti AI, richiede un’estensione della governance PAM.
Queste identità spesso dispongono di privilegi elevati, tuttavia mancano di una supervisione adeguata.
È essenziale applicare a queste identità lo stesso rigore di governance riservato agli utenti umani.
Le organizzazioni stanno abbandonando i privilegi persistenti in favore dei modelli Zero Standing Privileges (ZSP), resi possibili grazie agli approcci JIT e JEA.
Il JIT concede l’accesso solo quando necessario e per un tempo limitato, mentre il JEA garantisce che vengano concesse solo le autorizzazioni strettamente necessarie, riducendo così drasticamente la superficie d’attacco.
I framework normativi come Sarbanes-Oxley (SOX), HIPAA e GDPR richiedono un controllo rigoroso e il monitoraggio degli accessi privilegiati.
I sistemi di Privileged Access Management aiutano a soddisfare questi requisiti applicando delle policy, mantenendo dei registri degli accessi e facilitando le revisioni periodiche.
L’evoluzione tecnologica introduce nuove sfide per il PAM, che richiede un adattamento continuo delle strategie di sicurezza:
Questi driver evidenziano come la gestione degli accessi privilegiati sia al centro delle sfide di sicurezza moderne, in particolare di quelle introdotte dalla transizione verso il cloud.
La transizione verso il cloud ha modificato radicalmente il paradigma del Privileged Access Management, passando da un modello basato su credenziali statiche e vaulting (archiviazione sicura) a un approccio dinamico incentrato sull’identità e guidato dalle policy.
Le soluzioni legacy, infatti, erano adatte agli ambienti IT statici, ma risultano incompatibili con la natura decentralizzata e agile delle infrastrutture cloud moderne.
La tabella seguente illustra la transizione dagli approcci Privileged Access Management tradizionali a quelli moderni, più adatti all’ambiente cloud.
| Approccio Legacy | Approccio Moderno |
| Vaulting-centric | JIT/JEA (Just-In-Time, Just-Enough-Access) |
| Static credentials | Identity-based |
| Jump hosts | Cloud-native |
| On-premises | Policy-driven |
| Limited scope | Covers all identities (human + non-human) |
Questa evoluzione introduce sfide e rischi significativi da affrontare:
Per superare queste sfide, le organizzazioni devono adottare un insieme di best practice moderne, progettate per il mondo cloud-first.
Ecco le dieci best practice fondamentali per implementare soluzioni PAM robuste in grado di garantire sicurezza, conformità ed efficienza operativa negli ambienti moderni.
JIT e JEA sono controlli preventivi fondamentali che segnano il passaggio al modello Zero Standing Privilege (ZSP).
Invece di concedere accessi “always-on”, JIT e JEA riducono drasticamente la superficie d’attacco, garantendo che i diritti privilegiati siano concessi solo quando necessario (JIT) e con le sole autorizzazioni minime richieste (JEA).
Fattori chiave:
In ambienti ibridi e dinamici, garantire la visibilità su identità, autorizzazioni e segreti rappresenta una sfida rilevante.
L’automazione della scoperta e dell’inventario è essenziale per poter applicare policy coerenti e individuare i rischi.
Fattori chiave:
I controlli granulari e la separazione dei compiti (SoD) sono fondamentali per ridurre al minimo il rischio di abusi e garantire la conformità.
È necessario andare oltre le assegnazioni di ruolo generiche per implementare controlli precisi e contestuali.
Fattori chiave:
Un approccio basato sui dati è fondamentale per una gestione PAM matura. L’analisi dell’utilizzo dell’accesso privilegiato consente di mitigare proattivamente le minacce e di ottimizzare le autorizzazioni.
Fattori chiave:
La registrazione delle sessioni è un elemento fondamentale del PAM, in quanto fornisce visibilità su come gli account privilegiati interagiscono con i sistemi critici, soprattutto quando l’accesso avviene tramite browser.
Fattori chiave:
Un moderno programma PAM deve andare oltre l’IT tradizionale per includere tutti i sistemi, le applicazioni e le identità che svolgono funzioni sensibili.
Fattori chiave:
Le identità non umane (NHI), come le API e i service account, rappresentano una superficie d’attacco in rapida crescita. Devono essere gestite con lo stesso rigore delle identità umane.
Fattori chiave:
L’accesso di fornitori esterni e dipendenti remoti a sistemi privilegiati è una delle principali preoccupazioni.
È essenziale estendere le policy di sicurezza oltre il perimetro di rete tradizionale.
Fattori chiave:
Negli ambienti DevOps, in cui l’infrastruttura è dinamica e l’automazione è onnipresente, il PAM deve essere integrato nei flussi di lavoro di sviluppo per non ostacolare l’innovazione.
Fattori chiave:
Il PAM non è solo un controllo tecnico, ma un imperativo di governance. Deve supportare i mandati normativi e le policy interne attraverso flussi di lavoro strutturati e una supervisione continua.
Fattori chiave:
L’adozione di questo approccio olistico è essenziale per sviluppare la resilienza e mantenere un vantaggio competitivo nell’era digitale.
La gestione degli accessi privilegiati si è trasformata da semplice strumento per la gestione delle password a componente strategica della gestione del rischio e della sicurezza aziendale.
In un contesto di rapida digitalizzazione e adozione del cloud, è necessario superare gli approcci tradizionali alla gestione degli accessi privilegiati (PAM) a favore di modelli più flessibili basati sull’identità, adatti a ambienti ibridi e multi-cloud.
Finora abbiamo messo in luce la transizione critica dai privilegi persistenti ai modelli Just-in-Time (JIT) e Just-Enough (JEA), l’importanza dell’automazione nella scoperta degli accessi e la necessità di estendere la governance a tutte le identità, umane e non.
L’adozione delle best practice discusse permette alle organizzazioni non solo di soddisfare i requisiti di audit e conformità, ma anche di gettare le basi per un’innovazione più sicura.
In conclusione, una strategia PAM forte e adattiva non è più un’opzione, ma una necessità fondamentale in un contesto Zero Trusted.
Si tratta di un elemento imprescindibile per ridurre la superficie d’attacco, garantire la sicurezza operativa e consentire all’azienda di innovare in modo competitivo e sicuro nel panorama digitale odierno.