L’attacco del 27 e 28 febbraio 2026 non è stato solo un’operazione di bombardamento aereo (denominata “Operation Epic Fury” dagli USA e “Roaring Lion” da Israele), ma ha visto una componente cyber e tecnologica fondamentale che ha agito da “moltiplicatore di forza”.
Prima e durante i raid cinetici, l’Iran ha subito un collasso della connettività Internet.
NetBlocks (osservatorio globale sulla rete) ha confermato un blackout quasi totale, con i livelli di traffico nazionale scesi a minimi storici.
Obiettivo: questo attacco cyber non mirava solo a isolare la popolazione, ma a disarticolare la catena di comando e controllo dei Pasdaran, rendendo difficile la coordinazione tra i radar di avvistamento e le batterie missilistiche difensive.
L’operazione è definita “altamente selettiva” grazie all’uso di tecnologie avanzate per la soppressione delle difese aeree (SEAD):
L’attacco ha preso di mira il cuore dell’infrastruttura tecnologica e militare iraniana. Centri dati e Intelligence tra i target colpiti a Teheran. Figurano tra questi il complesso del Ministero dell’Intelligence e il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.
Le testate a penetrazione hanno colpito infrastrutture chiave come siti nucleari e missilistici per impedire all’Iran di utilizzare o assemblare armi nucleari, un obiettivo centrale dichiarato dal Presidente Trump.
La questione cyber apre ora uno scenario di “conflitto asimmetrico totale” poiché quello da temere adesso sono:
Quanto accaduto nelle scorse ore pone l’accento sull’isolamento digitale che l’Iran potrebbe accelerare con la creazione di una “Internet nazionale” totalmente isolata dal resto del mondo, appoggiandosi a tecnologie cinesi e russe per proteggersi da futuri attacchi cyber.
Le comunicazioni in Iran restano estremamente frammentate e il governo
ha ordinato la chiusura di scuole e università, mentre le banche continuano a operare sotto stretta sorveglianza per prevenire ulteriori sabotaggi finanziari digitali.
Gli avvenimenti rappresentano un salto di paradigma nell’uno dell’intelligenza artificiale in contesti di guerra. Non si è trattato solo di potenza cinetica ma di una superiorità decisionale cibernetica.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e da Sky TG24, il Pentagono avrebbe utilizzato Claude per l’attacco in Iran, nonostante un bando esplicito imposto poche ore prima dall’amministrazione Trump.
L’impiego di Claude ha permesso analisi di intelligence, identificazione dei target (scelta dei bersagli) e per far girare simulazioni tattiche “what-if” in tempo reale durante i raid.
A seguito del bando di Anthropic, il Pentagono ha accelerato un accordo multimilionario con OpenAI (ChatGPT) per sostituire i modelli di Claude, sebbene gli analisti ritengano che il passaggio tecnico richiederà mesi.
Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione, definendo un precedente pericoloso l’uso di modelli IA civili in operazioni di bombardamento come un “precedente pericoloso” che sfuma i confini tra tecnologia commerciale e strumenti letali.
Anthropic rivela chel’attacco all’Iran è stato il primo conflitto della storia in cui l’etica di un software ha rischiato di fermare un’operazione militare di una superpotenza, evidenziando quanto la difesa moderna dipenda ormai totalmente da algoritmi privati.
In Ucraina o a Gaza, l’IA principalmente ha permessoil riconoscimento di immagini satellitari o per catalogare potenziali bersagli da sottoporre a un analista umano.
Nell’ operazione Epic Fury, l’IA è stata “Agentica”.
I sistemi non si sono limitati a suggerire bersagli, ma hanno gestito autonomamente la distribuzione dei carichi di dati tra i vari asset (F-35, droni, satelliti) e hanno risposto in millisecondi alle contromisure elettroniche iraniane, superando la velocità di reazione del cervello umano.
L’attacco cyber del 27 febbraio è stato una “granata a frammentazione digitale”. Invece di nascondersi, ha cercato l’effetto shock: ha abbattuto l’intera rete internet nazionale e i sistemi di comunicazione criptata dei Pasdaran nel giro di pochi minuti, creando un “buco nero” informativo che ha reso cieca la difesa iraniana prima del primo lancio missilistico.
Nei conflitti precedenti i droni Shahed o i Lancet russi operano come “proiettili guidati” individuali che seguono una rotta preimpostata o un operatore remoto.
Oggi si impieganosciami di droni capaci di comunicazione inter-macchina. Se un drone dello sciame veniva abbattuto, gli altri ricalcolavano istantaneamente la rotta per coprire il vuoto lasciato, condividendo i dati dei sensori per identificare i radar attivi in tempo reale.
In passato, il Pentagono sviluppava le proprie tecnologie nei laboratori governativi (pere esempio, il DARPA).
Oggi per la prima volta, l’esito di un conflitto è dipeso da modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) di aziende private civili.
Il caso “Claude” ha dimostrato chela superiorità tattica oggi non risiede solo
nel possedere più carri armati, ma nel disporre dei modelli di ragionamento logico più avanzati per gestire la complessità dei dati di battaglia.
In conclusione, mentre l’Ucraina è stata la “guerra dei droni economici”, l’attacco all’Iran è la “guerra dei cervelli sintetici”, dove il tempo tra l’individuazione di un pericolo e la sua neutralizzazione è stato ridotto quasi a zero grazie all’automazione del software.
Ciò pone un importante punto interrogativo sulla sovranità, in quanto per porre azioni sembra servano concessioni del privato.
Il tutto ridisegnerà la sfera d’influenza digitale degli stati e i loro imminenti progetti futuri.