Martedì 10 febbraio 2026, in realtà il secondo giorno della seconda settimana del mese di febbraio di ogni anno, ricorre il Safer Internet Day 2026,
“un’occasione concreta per ricordare che la sicurezza online non è solo una questione tecnologica, ma soprattutto culturale”, commenta Pierluigi Paganini, analista di cyber security e Ceo Cybhorus.
Secondo Sandro Sana, Ethical Hacker e membro del comitato scientifico Cyber 4.0, questa “non è una ricorrenza simbolica, ma un promemoria concreto: la sicurezza online non è (più) un tema tecnico, è una responsabilità collettiva”.
Ma “ha ancora senso parlare di Safer Internet?”, si domanda Pierguido
Iezzi, Cybersecurity Director Maticmind – Zenita Group: “Oggi suona come preistoria digitale: il rischio non è ‘nternet’, ma social, messaggistica e AI”.
Ecco cosa rappresenta oggi la giornata che la Commissione Europea ha destinato a sensibilizzare le giovani generazioni a un uso responsabile della rete, dal momento che “assomiglia più a un momento di sospensione che a una soluzione”, secondo Alessandro Curioni, Fondatore di DI.GI Academy, specializzato in Information Security & Cybersecurity, “serve solo a ricordare che l’attrito esiste”.
Ma “il Safer Internet Day 2026 cade in un momento in cui il dibattito sulla sicurezza online si intreccia inevitabilmente con quello sull’intelligenza artificiale”, sottolinea Dario Fadda, esperto di cyber sicurezza.
Attualmente l’attenzione si sposta dalla rete in senso stretto ai social e all’AI ed Agentic AI, per assicurare un uso sicuro, responsabile e consapevole del digitale, focalizzandoci sul ruolo crescente dell’IA nella vita di tutti i giorni.
“Oggi il vero rischio non è internet, ma l’illusione che basti la tecnologia senza cultura, consapevolezza e governance. La sicurezza digitale si costruisce ogni giorno, non con gli slogan ma con scelte, formazione e responsabilità”, sottolinea Sana.
Robot, AI e realtà virtuale stanno oggi ridisegnando abitudini, rapporti e occasioni di condivisione, offrendo nuove opportunità, ma anche comportando nuove sfide in termini di sicurezza.
Infatti “Internet non è più un luogo da esplorare”, avverte Pierguido Iezzi, ma “è un flusso che ti viene servito, un assistente che ti risponde, un algoritmo che decide cosa vedi. E il vettore d’attacco non è più soltanto il malware: è la comunicazione stessa. Social engineering industrializzato, deepfake (video – e non solo – falsi generati dall’intelligenza artificiale) e voice cloning, identità sintetiche, truffe conversazionali, manipolazione reputazionale e campagne di influenza sono ormai strumenti ordinari. In questo scenario, parlare di sicurezza come se fosse ancora ‘navigare senza virus’ rischia di essere rassicurante, ma fuori fuoco”.
“Viviamo connessi, condividiamo dati, opinioni e relazioni ogni giorno”, ricorda Paganini: “Siamo nodi di una rete globale con la quale scambiamo enormi moli di dati, e farlo in modo consapevole significa proteggere noi stessi e gli altri”.
“Se l’obiettivo è sensibilizzare, allora la domanda non è più ‘come stiamo online?’, ma: di chi ci fidiamo quando vediamo, leggiamo o ascoltiamo qualcosa; chi sta davvero parlando con noi, una persona, un bot, un’AI o un account compromesso, e quanto può costare un errore in termini di soldi, dati, reputazione o ricatto“, mette in guardia Pierguido Iezzi.
L’appuntamento annuale del Safer Internet Day, è “questa regolarità a renderlo interessante, più che rassicurante, perché se la rete avesse davvero bisogno di una giornata ‘più sicura’, significa che per il resto dell’anno accettiamo implicitamente una condizione di rischio strutturale”, avverte Curioni.
Il punto non è mettere in discussione il valore educativo dell’iniziativa, “ma il contesto in cui si inserisce – continua Curioni -. Parlare di sicurezza online, concentrandosi su comportamenti individuali, alfabetizzazione o consapevolezza, è necessario ma parziale. Funziona se il problema è il singolo utente distratto; regge meno quando le dinamiche sono economiche, mtecnologiche, geopolitiche. La rete non diventa insicura perché qualcuno sbaglia, ma perché è progettata per essere aperta, interconnessa, veloce”.
In questo senso, l’Internet Safer Day “assomiglia più a un momento di sospensione che a una soluzione: serve solo a ricordare che l’attrito esiste. Forse il suo valore sta non nel promettere una rete ‘sicura’, ma nel rendere visibile il fatto che sicurezza e rischio convivono, che imparare a stare online significa sapere muoversi in questa tensione e non a risolverla una volta per tutte“, avverte Alessandro Curioni.
Da una ricerca di Kaspersky emerge che per il 68% degli italiani ritiene la digitalizzazione rivoluzionerà i passatempi condivisi delle famiglie nella prossima decade. In futuro a mediare i legami saranno sempre più le tecnologie evolute, capaci di introdurre nuovi rituali, ma anche nuove responsabilità.
“Educazione digitale, pensiero critico, rispetto e responsabilità sono le vere difese contro disinformazione, cyberbullismo, frodi e abusi. Un Internet più sicuro nasce da comportamenti quotidiani corretti, non solo da complesse soluzioni tecnologiche e algoritmi”, spiega Paganini.
Il 35% degli italiani pensa che le favole della buonanotte sanno in futuro narrate dall’intelligenza artificiale, mentre il 15% delle famiglie prevede che i bambini prediligeranno animali domestici digitali a quelli reali. Il 24% degli intervistati immagina che le feste in famiglia si terranno sempre più in videochiamata. Infine il 10% riesce a reingegnizzare vacanze familiari interamente vissute nella realtà virtuale.
Safer Internet Day può dunque ancora servire, “ma solo se diventa una giornata che parla del presente: meno slogan e più alfabetizzazione digitale, dalla
verifica delle fonti all’igiene dell’identità, fino alla consapevolezza di come funzionano social e AI generative. Perché oggi il rischio non è stare su Internet, ma farsi guidare da ciò che piattaforme e AI decidono di mostrarci e farci credere“, mette in guardia Pierguido Iezzi, ricordandoci il rischio degli algoritmi.
“Un pensiero va ai minori, i più esposti ai crescenti rischi della rete. Promuovere l’educazione digitale dei minori significa aiutarli a usare la tecnologia in modo sicuro, sviluppando competenze, senso critico, e rispetto“, conclude Paganini.
“Il 10 febbraio va celebrato meno come ‘festa’ e più come test annuale di accountability: per fare il punto su dove siamo e, ad oggi, vedo un forte attivismo istituzionale, ma risultati ancora fragili sul piano degli esiti per i ragazzi”, sottolinea Dario Fadda.